Jeannette la francese che stava con Luì
dedicata al mio prozio Domenico Bonadè che ha fatto la Prima Guerra Mondiale (è una rielaborazione su storia personale sentita raccontare in famiglia)
Jeannette la francese. Che stava con Luì. Luì che tutti sapevano la vicenda. Quell’accusa infamante di aver provato a uccidere - con un colpo di baionetta - il suo primo ufficiale durante la guerra sull’Isonzo dove l’avevano inviato. Come alpino. Luì che viveva ai piedi dei monti. La Grande Guerra. Ma cosa aveva avuto di grande? Niente. Forse solo il numero di morti. Quello sì grande. Da entrambe le parti. Che le guerre non sono da spartire in vincitori e vinti perché di vincitori davvero non ce n’è nessuno.
Prima linea. Un centinaio di tedeschi con le mani alzate corrono verso di noi. Non sono riuscito a impedirmi di sparargli addosso. Molti miei compagni mi sono morti accanto. Ceschino. Renato. Le trincee adesso sono piene di tedeschi. Che sono morti anche loro. Luì annota un giorno dopo l’altro sul taccuino che porta sempre con sé nella tasca dell’uniforme sul petto. L’inverno non passa. Siamo allo scoperto sotto il tiro del cannone nemico con 15° sotto zero. Gli amici muoiono gelati. E io? Io di me non penso se no divento matto.
Ma il primo ufficiale vuole ancora che avanzino. All'impossibile. Ché ormai sull'Isonzo si muore a torrenti. Né con orgoglio né con ardore. Andiamo al macello. Perché se no ci fucila. Le sole munizioni che non mi mancano sono gli uomini – ci ha detto ieri - davanti a un mucchio di corpi da sotterrare. E di fatto i superiori in quella guerra hanno il sacro potere di passare per le armi i recalcitranti e i codardi. Chi tenti di arrendersi e di retrocedere. Ignominia. Solo ieri ne ha ammazzato uno. Immediatamente e senza pietà. Poi ne ha preso un secondo che scappava. Nemmeno diciott’anni. Non piange il ragazzo. Ma piange – invece - Luì. Una crisi di fronte alla vanità degli sforzi. All’inutilità di quella e di tutte le morti. Giovani. Qualcuno ha sparato. Non lui di sicuro. Ma forse quell’altro che stava dentro il suo corpo e il suo cuore. E che non è stato capace di reggere oltre.
Non si sa bene perché non venne giustiziato subito. Forse l’attacco nemico li colse di sorpresa. Fu immediato e fatale per il fronte italiano. Caporetto. La Storia ricorda.
Ritorna in Piemonte da prigioniero. Con nomea di vigliacco. E’stato rinchiuso nelle fortezza di Exilles. Senza appello. La corte marziale non sente ragioni. Non può o non vuole. O non deve capire. La pietà non è ammessa alla guerra. Che donnicciole come lui ci hanno perso il conflitto. E - come per beffa - Luì ora sale la scala del Paradiso. Scavata nella roccia da secoli è il varco al cortile delle galere. E da qui - traversando un angusto corridoio da togliergli il respiro - raggiunge la cella di rigore che gli è stata assegnata. Buia e umida. E’ in prigione. La roccia il ferro il ghiaccio la nebbia la neve la notte. Sono i compagni dei soldati reclusi. Insieme ai ricordi di cose lontane. Volti di madri e di figli. Sguardi. Azioni di guerra. Ansie e attese. Rumori di passi. Il vento. Echi di spari lontani. Un corpo d’alpino ragazzo in sfacelo nel fango.
In galera. E’ lì che ha imparato a fare i portamatite rivestiti di filo. A lavorare di ago. E tenersi occupato. Per ingannare il tempo si dice. Ma il tempo non lo si può gabbare ché i mesi rinchiusi trascorrono lenti. Invece Luì – che si sente innocente - sì che è stato beffato dalla giustizia italiana. E uscito di prigione finita la guerra non ha perdonato. Non può scusare l’affronto. Dimenticare l’offesa che la Patria gli ha fatto. Emigra. Va a vivere in Francia. Appena dietro le Alpi. A Lione città tra i due fiumi che forse per questo gli ricorda Torino. Ma da lì - in Italia – giura che non tornerà più.
Moglie e buoi dei paesi tuoi- avrà di certo pensato Luì. Prends ta femme dans ton village et les bœufs dans le voisinage – si sarà ripetuta insicura Jeannette. Ma - uccelli di passo - hanno finito con lo stare sullo stesso ramo. Però non si sono sposati.
Quante volte l’ha sentita quella storia Jeannette. Quante volte gliel’ha ripetuta quella sua storia Luì? Forse ogni giorno che passava e che lo restituiva pian piano alla vita regolare. Se poi c’è una vita normale. Era per lui ancora e sempre una ferita. Da rimarginare. Da lenire con l’olio e col vino. E lei – Jeannette - era stata il samaritano della parabola. Aveva saputo leggere come ogni donna che ama nel non detto del suo compagno italiano. Un legame negato ma sempre tenace per il suo paese natale. La sua terra madre.
Jeannette tace. Ha raccontato tutto senza fermarsi un solo momento. Con un Italiano stentato frammisto a qualche espressione francese. Che non sapeva come dire diversa. Ha deciso che Luì doveva tornare in Italia. Quella patria così odiata. Eppur così amata. Fino all’ultimo respiro. E allora lei ha valicato il confine. E’ venuta portando la bara. E ha voluto per il suo uomo italiano il funerale al paese. Che dormisse in famiglia. Nel piccolo cimitero tra i monti. E così - per merito della sua donna francese - Luì ora è tornato.
Questa vicenda è stata più volte raccontata dal mio prozio in famiglia e la scrivente ne ha fatto un racconto partendo dai dati reali
CREATOR
angela donna
DATE
/
LANGUAGE
ita
ITEMS
2
INSTITUTION
Europeana 1914-1918
PROGRESS
METADATA
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