Giulia Miazzo Il silenzio di ordinanza
Giulia Miazzo Il silenzio di ordinanza Edizioni del Portello Ottobre 2011 Giulia Miazzo propone, sul filo della memoria, “Il silenzio di ordinanza”, uno scritto che riguarda la Prima Guerra Mondiale e lo accompagna da documentazioni storiche. Foto e scritti sono stati raccolti da: “Il Santuario della Patria”, edito il 30 settembre 1927 Per ricordare e riflettere Presentazione Sebbene in Italia o nelle Italie ci siano state tante vittorie, pur notevoli, viene considerata tale per antonomasia, quella di Vittorio Veneto del 4 novembre 1918. E’ una vittoria che giunge dopo una guerra sanguinosa, difficile, assurda, che ha coinvolto tanti popoli d’Europa e del mondo. Dirò a lungo, con l’uso di armi micidiali, superate, poi, dalla guerra successiva, ma per quei tempi atroci, una guerra che modificò la carta geografica d’Europa. L’Italia, per la prima volta, combatté con tutti i soldati provenienti dai suoi territori, da pochi decenni uniti, e ne perse tanti: le vittime furono numerosissime, “Diciott’anni, andò alla guerra Diciott’anni o mio Signore, sono belli da portare…” scriveva Renzo Pezzani, invece furono sepolti “sotto un po’ di terra nera”, seicentomila furono i morti e un milione i mutilati. Fu una terribile guerra di trincee scavate faticosamente sul suolo, nascoste, ingannatrici, che seguivano le pieghe, le asperità del terreno, complicate da costruire e aspre nella dura montagna. Attraversavano strade, salivano, scendevano, erano come arterie, vene alimentate da quei poveri soldati, in prima linea o di riserva nei paesi vicini, pronti a sacrificarsi per un’idea di altri, per decisioni di altri. Nelle trincee vivevano giornate feroci, altre malinconiche, notti nell’addiaccio, con rovesci di pioggia e uragani, gambe nel pantano, con la neve che cadeva in abbondanza ed il gelo acuto e pungente da assiderare le estremità. Invece, come tutti i giovani, desideravano vivere ed invecchiare in pace. Li hanno portati lontano dai loro paesi, dalle loro famiglie, dai loro affetti, dai loro idiomi, fino a morire nelle trincee. Nel 1918, il poeta Ungaretti, anche lui giovane soldato al fronte , scriverà, con nove parole in tutto, la precarietà, la fragilità della vita dei soldati in guerra: “Si sta come d’autunno sugli alberi le foglie” A cosa è servita quella guerra? Ora noi conosciamo bene la Storia. Abbiamo letto i documenti e sappiamo con “ certezza” che l’Italia avrebbe ottenuto i suoi ultimi confini con la neutralità. Una saggia decisione, allora, che ci avrebbe salvato dal disastro, che avrebbe evitato quella copiosa perdita di vite umane e che avrebbe dato una svolta positiva alla futura storia d’Italia. Per questi nostri “Eroi” riserviamo dentro i nostri cuori, nelle nostre memorie, la riconoscenza del loro “Valore”: morti per noi, per una patria più unita, più nobile, più vivibile, più saggia, più attenta verso la sua gente, quella rimasta a portare avanti la ricostruzione. Ed ora, quando visitiamo un monumento di guerra, come Redipuglia, o un cimitero militare, è rilevante vederlo nella luce migliore: come monito alle future generazioni, affinché si lavori per costruire la pace, questo bene così prezioso continuamente minato da ripetute stragi, da persistenti guerriglie, da guerre paradossali, insofferenze per il diverso, per l’altro. L’odio si smorzi e si trasformi in compassione per le vittime, ma anche per i carnefici. I sopravvissuti ricomincino da capo, lasciandosi tutto alle spalle, senza più accuse contro le varie parti, se il passato può essere accantonato, allora ci sarà futuro. L’amore diventi il motore della nostra vita, perché quei nomi scolpiti nelle lapidi sono vivi e ci raccontano della loro esistenza: “ Diciott’anni, o mio Signore sono belli da portare…” Giuseppina Carpanese Giungevano voci di guerra lontana, nei Carpazi, notizie di poco rilievo, interessate potenze prive di contatti con il nostro mondo: ma cos’era per noi la Russia, chi mai sapeva qualcosa della Turchia? Ognuno si chiudeva nella propria attività e non guardava oltre. Eppure ogni mattina, per le vie della città, marciavano, allineate, squadre di militari e si dirigevano fuori le mura, ai Quaranta Campi, per le esercitazioni. C’era chi li osservava con ironia, chi commentava, come mio zio Piero: “Schei butà al vento, energie sprecà.” Passavano anche davanti al suo bar-pasticceria e non pensava minimamente che pure lui e suo fratello Giulio si sarebbero trovati coinvolti in una tragedia immane. Il lavoro prometteva bene, specialmente per l’aiuto di due sorelle, mentre mia madre, più piccola, avrebbe dovuto apprendere tutto, dopo che Piero e Giulio vennero arruolati. A quei tempi, davanti al bar, passava la “Prudensa”, una donna vissuta ai margini della società, soprannominata così chissà per quale motivo. Aveva dato molto di sé: aveva consolato soldatini di leva e graduati di prima nomina o disperati come lei. Veniva sopportata dai padovani perché innocua. Si raccontava che una volta avesse bussato ad un convento di suore adiacente alla chiesetta Santa Margherita in via San Francesco. “C’è suor Onorata?” aveva domandato alla suora portinaia. “ No” aveva risposto quella. “Alora sì (siete) tute putane!” Passava le notti ai dormitori pubblici d’inverno e su “le seghete” del Prato della Valle nella buona stagione. Indossava un pastrano militare unto e bisunto che toccava terra, ai piedi un paio di scarponi pure militari che trascinava a fatica. Si combatteva nei Carpazi e mia mamma, nel vederla passare, diceva: “La russia sui scarpassi!”. E’ vero, i fratelli erano partiti, ma ancora non si prevedeva quello che sarebbe accaduto, di quale carneficina sarebbero stati testimoni. Il bar-pasticceria si trovava in via Ospedale, a metà strada fra l’Ospedale Civile e la Basilica del Santo. Fu quello il passaggio obbligato di tutti coloro che si dirigevano all’Ospedale per assistere un fratello, un figlio, il marito ricoverato nelle bianche corsie o che accorrevano al Santo per chiedere una grazia per il proprio congiunto. Ma quale grazia di fronte allo strazio di una morte per cancrena o al dolore di una infermità permanente? Allora si implorava la rassegnazione, la quiete interiore di fronte all’ineluttabile. Per via Ospedale transitò un ininterrotto fluire di profughi dopo la disfatta di Caporetto. Erano soprattutto vecchi, donne e bambini, tanti bambini, gli altri, gli uomini giovani e i capifamiglia si trovavano al fronte. Chi a piedi, i più fortunati su un carretto trainato da muli o da asini malandati, seguiti da qualche capra o pecora, poche le mucche, qualcuna gravida, pressoché inesistenti le masserizie, poche sedie, un letto di ferro, dei sacconi di “scartossi” come materassi. Un mattino arrivò al bar un commilitone di zio Piero con un suo messaggio scritto a matita su una minuscola cartolina come si usava allora: avvisava che Giulio sarebbe transitato per Padova in una tradotta, diretto al fronte. Le zie Isa e Amelia si precipitarono in stazione prima dell’ora prevista e vi rimasero per ore e ore inutilmente. Il treno era stato deviato. A loro sarebbe bastato salutarlo di sfuggita, cogliere il movimento del suo braccio, della sua mano dal finestrino, udire un “Ciao…o…o!” urlato, strappato al rumore di ferraglie del treno che rallentava per poi riprendere la sua corsa verso l’orrore. Invece nulla, ma solo l’amaro in bocca, la delusione e il tormento e il dubbio e l’ansia. Davanti alla porta del bar la nonna sedeva su una seggiolina, vigile, in attesa di notizie. Osservava quei volti disperati: “Da dove vignìo?” “ Da la Carnia, da San Daniele…” Poteva dar loro un bicchier d’acqua, ma così in fretta, dovevano andare, impossibile fermarsi. “ E el Carso dove xelo? Me fiolo Giulio i lo ga mandà sul Carso.” Non rispondevano: proprio lì la battaglia infuriava più che altrove, proprio lì zio Giulio venne ferito. Giunsero notizie vaghe: era stato ricoverato in un ospedale da campo a Gorizia, sulla linea di confine. Zio Piero era finito a Porto Tolle per insubordinazione. Raccontava un episodio per far risaltare la codardìa dei suoi commilitoni. Il rancio era immangiabile. Per acquietare la fame, venivano distribuite delle carrube destinate, di solito, ai muli. Il malumore era alle stelle; tutti si lamentavano presso i propri ufficiali. Un giorno giunse un Generale del Comando Supremo per constatare la qualità del rancio. Ma quel giorno il pranzo era degno di un ristorante di lusso. Il Generale disse: “Faccia un passo avanti chi ha osato lagnarsi del rancio.” Mio zio Piero, convinto che i compagni lo seguissero, avanzò di un passo e si trovò… solo. Seduta stante fu inviato a Porto Tolle. In quel terreno acquitrinoso seppe trovare la soluzione di non mangiare più la “sbobba” fredda: ebbe la felice intuizione di aprire un buco in quella terra ricca di torba e far uscire il gas. La fiamma accesa permise a lui e ai suoi compagni di scaldare il rancio, cuocere qualche patata. Il sostegno che seppe dare andò oltre le necessità contingenti. Si trovò tra commilitoni siciliani, calabresi che non sapevano né leggere né scrivere. Si prestò a dar notizie, a leggere e a scrivere lettere, a raccogliere testimonianze di alcuni feriti. Con l’avvicendarsi dei giorni le sorti della guerra erano sempre più catastrofiche, il lutto entrava prepotente nella case dei più diseredati. “Ma chi è la Patria per te?” si domandava Franco Fortini, commentatore di un film documentario del 1961, “All’armi, siam fascisti”, interessante e intelligente ricostruzione degli eventi che successero in Italia a partire dal 1911 “Ma chi è la Patria per te se non colei che ti chiede la vita senza darti niente in cambio?” e sullo schermo scorrevano immagini di fanti che avanzavano nel fango, che si protendevano all’assalto con la baionetta innestata, per saltare poi a pezzi colpiti dal fuoco nemico. Mentre scrivo mi vengono i brividi perché, da allora, la bestia umana non si è fermata, ha proseguito in un crescendo di atrocità e di miserie inaudite. Arrivò a casa della nonna la notizia che il caporale maggiore Giulio Rampazzo era dato per disperso. Per lei no, non era vero, lo aspettava e lo avrebbe aspettato fino alla fine dei suoi giorni. Rimaneva seduta lì, a fianco della porta del bar, su quella seggiolina impagliata e scrutava il volto di ogni giovane che le passava davanti per scorgere le sembianze del suo Giulio. “Cossa ‘spetela? Oramai” le disse una donna che le si era fermata davanti. “I me cinque fioli i xe tornà tuti.” Faceva parte lei e la sua famiglia di quegli abitanti del quartiere Portello chiamato la –La Nave-, una specie di casbah dove miseria e indigenza stagnavano costanti. Vivevano di espedienti, esercitavano il facchinaggio, si improvvisavano venditori ambulanti, erbivendoli, straccivendoli, scivolavano in qualche furto di polli, di bestiame o altro. Venivano visitati spesso dai carabinieri, molto solerti con quei disperati, ma c’era sempre chi dava l’allarme e il ricercato, attraverso cortili interni, tetti, terrazze, passaggi segreti, contando sulla solidarietà dei vicini, riusciva a sfuggire alla cattura. “Me fioli i xe tornà tuti…!” ripeteva trionfante. “Par forsa, si intrometteva qualcuno, “. i jera tuti in galera!” Zio Piero ritornò, zio Giulio rimase sul Carso, disperso. Le zie andarono in Friuli. Fu quasi un pellegrinaggio, per loro. Volevano arrivare a Redipuglia, dove, sul Colle Sant’Elia di San Pietro d’Isonzo, era stato allestito un Sacrario a cielo aperto. Il treno le portò fino a Cervignano, quindi si avviarono a piedi. A Pieris vennero raggiunte da un contadino che trasportava fieno su un carretto. “Ho avuto per pochi soldi questo mulo, era destinato al macello, all’esercito non serviva più.” L’andatura della bestia era abbastanza lenta, ma riuscì a sollevare le zie dalla fatica. Il cimitero, consacrato il 24 maggio 1923, non era come tutti gli altri, “Non sulle tombe i consueti simboli cristiani in legno o in cemento, ma tutti cimeli di guerra, uno diverso dall’altro”: dei cannoni, una trincea scudata, pinze, un ricovero da trincea, una stufa da trincea, un telegrafo da campo, una marmitta da campo, una ghirba, una gavetta e ancora altri cimeli, altri segni avvolti da filo spinato e tutti accompagnati da scritte retoriche, pompose, inneggianti al sacrificio, all’eroismo, all’amor di patria, 30.000 salme, solo 5.860 tombe con un nome. Le zie vi deposero un pensiero denso di lacrime, ma quale scritta riuscirono a leggere? I loro occhi erano offuscati dal dolore. Laconico il racconto al ritorno. Il nonno, che aveva tenuto dentro di sé il dolore per quel figlio che lo aveva accompagnato a Verona, a Rovigo e in tante altre fiere di cavalli, quel figlio che lo capiva anche con una sola intesa dello sguardo, quel figlio vivace che voleva fare un po’ a modo suo, se ne era andato il giorno di San Martino del 1923. Era rimasta Lei, minuscola e grande, generosa e forte, che accoglieva ora tra le sue braccia il nipotino Giulio. Un giorno ricevette la visita del maggiore Giannino Antona Traversi Grismondi che le consegnò una pubblicazione dal titolo “Il SANTUARIO della PATRIA” Cimitero militare di Redipuglia “Invitti della 3° Armata”con dedica. Egli era passato da madre a madre, di vedova in vedova, nelle varie famiglie per testimoniare il suo cordoglio, la sua partecipazione, e lodare l’amore di patria di ogni caduto. Il fascicolo, che si apre con il discorso commemorativo degli “Invitti della 3^ armata” di S.A.R. Emanuele Filiberto di Savoia del 24 maggio 1923, è corredato da fotografie dei reperti di guerra esposti sul Colle Sant’Elia. Con il passare degli anni si venne alla determinazione di raccogliere i poveri corpi disseminati nei vari piccoli cimiteri in un unico sacrario. Fu fatta una ricerca più approfondita nei confronti dei molti resti che affioravano dalle doline del Carso e significativo fu il giorno in cui si venne a sapere che era stata trovata la piastrina di riconoscimento di zio Giulio e che il suo corpo era “PRESENTE” nel nuovo, grande Sacrario di Redipuglia, inaugurato il 18 settembre 1938. Quanti anni passarono senza che qualcuno della famiglia avesse avuto la possibilità di andare lassù? La distanza, i mezzi di comunicazione precari, le difficoltà economiche: un viaggio inconcepibile. E poi una seconda terribile guerra avrebbe nuovamente sconvolto le nostre vite: Beppi e Giulio, figli di zio Piero, partirono, uno per la Russia, l’altro per la Croazia. Tornarono, fortunatamente. Terminata la guerra, cominciò la lunga e faticosa ricostruzione, più impegnativa e necessaria la riconciliazione. Quando si iniziò ad organizzare dei viaggi di ex-combattenti nei luoghi della memoria, zio Piero ebbe l’opportunità di arrivare a Redipuglia. “E’ PRESENTE” là, disse al ritorno, “Ho letto il suo nome sulla lapide di bronzo”. Toccò poi a me, di visitare il Sacrario di Redipuglia e di scoprire che era più agevole scendere dall’alto della grandiosa scalinata, per trovare lo zio Giulio al quart’ultimo gradone, sulla sinistra. Accarezzai le parole incise, quasi volessi riscriverle, lettera per lettera Caporale Maggiore Rampazzo Giulio Ero commossa, mi baciai la punta delle dita e trasmisi tutto il mio affetto a questo zio conosciuto solo attraverso i racconti di mia madre. E in seguito venne il tempo che pure i miei poterono arrivare a Redipuglia. Suggerii loro di iniziare la visita dall’alto del Sacrario, con poco sforzo sarebbero giunti di fronte alla lapide. Fu quello un pomeriggio di settembre, quando le ombre si fanno lunghe, ma ancora la sera tarda a venire. Giunsero alla base della scalinata nel momento dell’ammaina bandiera e il trombettiere del picchetto d’onore suonò “Il silenzio di ordinanza”. Cosa si dissero allora, si può soltanto immaginare. Fu un abbraccio muto. Mamma ritornò indietro nel tempo, quando, bambina, pendeva dalle labbra di Giulio, Giulio che amava leggere i libri di avventura e che poi glieli raccontava e lei lo sollecitava perché voleva sempre sapere come andava a finire, Giulio che scappava di notte col cavallo, cavalcando a pelo, perché suo papà teneva sotto chiave le selle e il basto, Giulio che sapeva delle Americhe e dove era andata una zia con tutta la famiglia, Giulio, che era così pieno di vita e non voleva andare in guerra… E papà? Abitava a Pontecorvo, dentro la cinta muraria nel tempo in cui, a sera, le porte della città venivano chiuse, mentre Giulio abitava fuori, nella casa vecchia dove il padre, mercante di cavalli, teneva la stalla. Papà frequentava il bar-pasticceria di zio Piero, ma non incontrò mai Giulio. Nel tempo libero, dopo cena, intesseva grandi discussioni fino a notte fonda con il suo amico Albano sulle letture che più lo avvincevano come la Rivoluzione francese, il Capitale di Marx, il teatro di Shakespeare, papà che si infuocava per la mistificazione della guerra, papà che non aveva abbassato il capo durante il ventennio fascista, papà riuscì solo a singhiozzare insieme a mia madre. Un dì me xe capità in man ’na foto de un tempo lontan: vedo in divisa oto soldà, sinque sta in pìe, tre sentà. Primo a destra, picoleto, el xe me zio Giulieto. El sognava andar par mare, i lo ga mandà a sparare. «Saluti da tuti, adìo.» el ga scrito par da drìo, co un lapis copiativo, quatro parole in arivo de chel so presentimento che me dà un gran tormento pensare al triste bilieto rivà da Caporeto: «L’è in ospedale da campo.» Da la morte nol ga scampo. Tra le bombe el xe svanìo, a vent’ani el xe finìo, i ga trovà ’na piastrina e quatro ossi, ’na matina. «So PRESENTE a Redipulia co quei de la me patulia, gero caporal magiore, morto ne l’età miliore, go perso ne la bufera la me vita par ’na guera.» INDICE Presentazione pg. 9 Il silenzio di ordinanza pg. 15 Documenti pg. 31 Giulia Miazzo è nata e vive a Padova. Ha insegnato per quasi 40 anni con fantasia e creatività. Ama scrivere e dipingere. Con la mostra “Tra penne e pennelli” ha presentato la sua prima raccolta di poesie nel 1995, “Soffi di pensieri”. Ha vinto un Primo Premio di poesia nel 1996. Finalista della Premio Nazionale Atheste 2001 – 12° edizione con “L ape santezza dell’essere”; con “Il grande libro”, una ricerca sulla scuola elementare, ha ottenuto il Primo Premio Internazionale Atheste 2002 – 13° edizione; con “Silenzi segreti”, raccolta di poesie, Premio Giuria Atheste 2003 – 14° edizione; con “Un caffè lungo… e qualche idea”, primo classificato, sezione Cultura al Premio Internazionale Atheste 2004 – 15° edizione; con “Filastrocche e filastrocche” Premio Internazionale Atheste 2007 – 17° edizione; Premio Giuria – Sez. poesia. Dicembre 2009: La fiaba “Il bel castello di re Sordello”. Altre opere in prosa: “Appunti di viaggio” e “Storia della Locanda Molte Baldo”. Sui articoli vengono pubblicati sulle riviste “Padova e il suo territorio” e “Quatro Ciàcoe”. Fa parte dei gruppi Formica Nera, dal 2003 è inserita nell’antologia Poeti padovani, e partecipa agli incontri del Caffè Letterario Pedrocchi dal 2002.
CREATOR
Giulia Miazzo - Padova
DATE
1918
LANGUAGE
ita
ITEMS
47
INSTITUTION
Europeana 1914-1918
PROGRESS
METADATA
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